E' tipico degli esseri umani una forte tendenza a voler generalizzare le proprie esperienze particolari e formulare teorie e leggi universali sulla base della propria esperienza singola. Il motivo è abbastanza semplice. Nel caso della generalizzazione di un' esperienza negativa, serve per fuggire alla responsabilità, laddove tutti sono colpevoli, nessuno lo è e se una cosa va male a causa di una legge presunta universale la coscienza si paga perchè non sarebbe comunque potuta andare altrimenti. Nel caso di un'esperienza positiva la generalizzzione non è altro che una speranza con la quale ci si augura, creando ad hoc una legge , di esser tutelati da possibili sviluppi negativi dell'esperienza positiva; di solito invano.
Tra i generalizzatori un caso a parte è poi quello di coloro che generalizzano perchè pensano di aver trovato la chiave di volta dell'esistenza. Di solito sono i seguaci occidentali delle filosofie orientali, che pensano, per aver letto un paio di libri sul buddismo o qualche libro di qualcuno di questi che hanno fatto un riassuntino delle filosofie orientali, tipo Osho, di aver capito tutto, fin qui nulla di male sennonchè poi ti rompono le palle perchè anche tu segua l'illuminazione, e se provi a fare una critica a cui non sanno rispondere ti guardano compiaciuti e compassionevoli "eh... sei ancora troppo ancorato al modo di pensare occidentale"
Ma vaffanculo!
Quando trovo
La parola
Scavato
È
Dentro me
Come
Un abisso
Così diceva una poesia di Ungaretti, io non ho trovato una parola, ma ho scoperto una frase che bene descrive come mi sento, e l’ho trovata all’incirca scritta così in una lettera dal carcere di Gramsci.
Io mi sento perennemente in bilico tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.
Ecco come mi sento… in bilico tra una ragione che mi presenta dei conti ineluttabili i cui risultati non possono essere che quelli che sono e una volontà che mi infonde ottimismo e speranza nella diversità e in possibili nuovi inizi.
Dentro di me c’è sempre come una battaglia tra queste forze, ora vince l’una, ora vince l’altra, a seconda dei giorni… la cosa strana è che mi sorprendo a pensare che ciò che io vorrei non è far vincere l’ottimismo o sul pessimismo o viceversa, ma solo trasformarmi in uno spettatore neutro che guarda e studia la scena dall’alto, fuori dalla battaglia. Perché? Boh! Non penso ci sia niente da capire e tanto mi basta per andare a letto.
In regalo a chiunque passa di qui un meraviglioso scritto del, senza dubbio, più grande scrittore sudamericano vivente (nonchè, senza dubbio, più profondo, originale e, di conseguenza, meno asocltato pensatore politico degli ultimi vent'anni).
LE GIRAFFE
Con il loro passo goffo, l’evidente asimmetria, lo sguardo distratto, le giraffe hanno una bruttezza bella. A guardarle bene non è che siano brutte, sembrano piuttosto molto "altre", con quella figura tanto lontana dalle pedanti simmetrie equilibrate assegnate ai predatori. La giraffa è l’immagine più emblematica della differenza nel mondo animale. Non è solo diversa, ma porta a spasso la sua enorme irregolarità trasformando la sua "alterità" in bellezza, precisamente perché si mostra.
Anche l’umanità possiede, fortunatamente, le sue "giraffe".
Ci sono, per esempio, donne giraffa, perseguitate e vessate non solo perché non si sforzano di aderire al modello di bellezza e comportamento imposto dall’alto ("i fronzoli non pensano né parlano, cara"), ma perché proclamano la loro differenza e la loro lotta per essere quello che vogliono essere e non quello che altri vogliono che siano.
Ci sono anche le giovani giraffe, uomini e donne restii a sottomettersi / si dice "maturare" / alla catena di claudicazioni, tradimenti e prostituzioni associate al calendario. Giovani a cui si dà contro non solo perché non occultano l’asimmetria del corpo e dell’anima, ma l’adornano, gli mettono gel, tatuaggi, le inseriscono un piercing, la rendono "dark", "ska", "hip-hop", "punk", "skin", "come-si-dice", la gridano con graffiti su un muro, la volantinano in appoggio ad una lotta sociale, ne fanno "caracolitos" di fronte alle "forze dell’ordine", la mettono a studiare ma senza il profitto come motore ed obiettivo, e la fanno saltare quando il rock, questo specchio sonoro, decreta l’abolizione della legge di gravità e vai-amico-perché
adesso-arriva-la-tiritera-di-farci-maturare-cioè-farci-stare-con-i-piedi-per-terra-e-muoviti-con-questa-vernice-che-si-legga-bene-che-"le giraffe-unite-non-saranno-mai-tappetti"-e-se-non-fa-rima-fa-niente-siamo-giraffe-non-poeti....
Ci sono anche le "altre" giraffe: le giraffe omosessuali, lesbiche, transessuali, travestite e "ognuno-a-suo-modo", no? Non solo escono dall’armadio, ma espongono la propria differenza con la dignità che distingue gli esseri umani dai neoliberisti, pardon, dagli animali. Incuranti di essere perseguitate e derise perfino da quelli che dicono di volere cambiare il mondo. Javier Lozano Barragán, vescovo cattolico di Zacatecas, Messico, ha paragonato gli omosessuali e le lesbiche agli scarafaggi (La Jornada, 22 ottobre 2004, Penultimatum). Gli scarafaggi non sono in pericolo di estinzione. Le giraffe sì. Inoltre, secondo rigorosi studi scientifici, gli scarafaggi sarebbero gli unici esseri a sopravvivere in caso di olocausto mondiale. Non si sa se i vescovi sopravvivrebbero.
Ci sono poi le giraffe indigene, uomini e donne e giovani che portano il loro colore, la loro lingua e la loro cultura con la stessa vistosità e colori dei loro abiti, dei loro canti, dei loro balli, delle loro lotte e ribellioni.
E ci sono le giraffe opera@, contadin@, impiegat@, maestr@, autisti, ambulant@, religios@, artist@, intellettual@, senza documenti, che indossano stivali o scarpe da ginnastica o pantofole o sandali o vanno a piedi nudi. Il popolo giraffa.
Nel neoliberismo, noi esseri umani che siamo gli altri, le giraffe, i brutti, gli asimmetrici, cioè, l’immensa maggioranza dell’umanità, veniamo cacciati per tirare fuori profitti dalla nostra pelle dura.
Dovrebbe esserci una legge che ci protegga come "specie in pericolo di estinzione". Non c’è. Al posto della legge, noi abbiamo la nostra resistenza, la nostra ribellione, la nostra dignità.
È nostro dovere resistere, perché il mondo senza giraffe sarebbe... mmh... come dire?... sì, ecco!... sarebbe come un taco al pastor, ma senza tortilla, né carne, né ananas, né coriandolo, né cipolla, né salsa, cioè, solo carta unta, solo carta con la nostalgia di avere avvolto un taco che, detto tra noi, mi sono già ingoiato, ma adesso il programma è finito e non trovo l’antiacido nello zaino e, come si dice, sono cavoli amari.
Me ne vado. Seguite con attenzione il Sistema Zapatista di Televisione Intergalattica. So che è una televisione molto altra, ma vi dico che, molto tempo fa, la televisione era in bianco e nero, ed ora è a colori. Se le giraffe, tutte, prevarranno, domani la vita sarà a colori, di tutti i colori. La televisione?.. mmh... e chi se ne importa!
Adesso sì, me ne vado...
Sullo schermo (ovvero, sul cartoncino) adesso si legge:
"Qui finisce questo speciale di Recovery Channel, il canale della memoria dedicato alle giraffe in esclusiva per il Sistema Zapatista di Televisione Intergalattica. Non spegnete, fatevi uno stuzzichino (se sono tacos al pastor non siate ingordi, lasciatene almeno uno. Distintamente. La Direzione)."
Dalle montagne del Sudest Messicano Subcomandante insurgente Marcos. Messico, ottobre 2004. 20 y 10
Mi siedo al margine della strada
Il guidatore cambia la ruota
Non sono contento di dove vengo
Non sono contento di dove vado
Allora perché guardo il cambio della ruota con impazienza?
(B.Brecht)
Pensavo proprio la stessa cosa, mentre ero in giro col baraccone camper, e su un giornale ho trovato questa poesia. E’ vero, qundo si viaggia non conta tanto dove si va e con quali aspettative, non contano i fini “altri” che tanto non sono mai all’altezza, viaggiare è un fine in se e il suo significato, che è rompere il normale susseguirsi del quotidiano per irrompere nel “diverso”, si esaurisce nel suo compiersi. Viaggiare significa lasciare il conosciuto per lo sconosciuto e il certo per l’incerto, per questo da emozione ed il suo fine si esaurisce nel suo essere in atto. Il viaggiatore viaggia solo per partire, diceva baudelaire, è vero, anche se meglio sarebbe dire forse che il viaggiatore viaggia solo per cominciare.
… ma al dilà di questo io sono stato qui:








SZIGET FESTIVAL 2005 una settimana piena di concerti, spettacoli, teatro, feste e caos in un isola del Danubio a due passi da Budapest. La (in)fida baracca Camper c’è arrivata!! È una grande!! Sono io che non ho più l’età, e sono tornato mezzo stronco.
Anzitutto, insomma, non penso che si faccia così, che uno va via, senza dire nulla, un "ciao ciao" tipo "vado in vacanza" "parto e non so se torno" "vado qui, vado là" spacco questo... spacco quello"e via dicendo. Io me ne sono uscito senza proferir verbo, mi sa che non sta bene, non è bene educato ma... ormai è andata così. Chiedo venia... fatto sta che, ahimè, ho chiuso il ciclo ripetitivo e sono tornato... a far cosa non lo so... schifo è probabile... per il resto si vedrà.
Buttato qui da: polva alle 11:27 |
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La prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver saputo degli attentati a Londra di oggi è stata la frase che il signor Bush proclamò dopo la “fine” (così la definì lui) della guerra in Iraq:
“Da oggi il mondo è un luogo più sicuro” disse.
La lungimiranza dell’affermazione e anche il solo fatto di non aver avuto l’accortezza di non sbilanciarsi troppo nella retorica rendono bene conto della statura politica dell’uomo.
Di fronte ad atti come quello di oggi è difficile sapere cosa dire e soprattutto è difficile sapere cosa fare, ma come sempre, quando non si sa cosa fare, ci si deve almeno sforzare di sapere cosa “non” fare per non peggiorare la situazione.
Oggi l’unico modo per sapere cosa “non” fare è riflettere sulle strategie fino ad ora seguite. Spero, anche se dubito, che qualcuna delle cosiddette leaderships mondiali ci rifletta e abbia la capacità e la statura di “non” fare determinate cose.

Dunque il nostro Polva si è dottoreggiato!!
Dunque il nostro Polva ha preso il massimo dei voti e c’è da dire, non per fare l’immodesto, che gli ha fatto davvero il culo, a tutti!!
Dunque il nostro Polva è Dotto, anche se più nel senso del nano di Biancaneve che in qualsiasi altro senso.
Dunque il nostro Polva si sente più il nano Dotto di Biancaneve che qualsiasi altra cosa, e non perché spera nella veridicità della celebre regola della “L” (per cui il nano sarebbe “il più dotato della virtù meno apparente” come diceva De Andrè), ma perché è come se vedesse crescere smisuratamente tutte le cose intorno a lui (non facciamo i maliziosi… tutte, però, tranne “quella cosa” della L, … purtroppo).
Dunque il Polva mano a mano che va avanti vede che tutte le cose intorno diventano enormi e quasi minacciose e ha come paura di non farcela ad affrontarle o di farcela sempre meno man mano che passa il tempo e le cose s’ingrossano.
Dunque il Polva si sente come un nanerottolo buttato lì nel mezzo, senza avere nemmeno quella gran paraculaggine che il vero Dotto, quello di Biancaneve, aveva.
Dunque il Polva si consola nel vedere che non è solo e anche se sa bene che il mal comune non è mezzo gaudio ma un male al cubo, pensa che tra nani, salendosi sulle spalle a vicenda, qualcosa si potrà inventare, o almeno lo spera.
Dunque il Polva alias “nano Dotto” sa che in futuro potrà diventare o Brontolo o Gongolo e che la sfida è dura, intanto ha deciso che per un periodo si trasformerà da Dotto in Pisolo, e domani, domani si vedrà.

… e se invece del Papa al Quirinale, fosse stato Ciampi ad andare in Vaticano e le cose si fossero svolte esattamente nello stesso modo ma a parti invertite… che sarebbe successo?
Provo ad immaginare
Ciampi va in Vaticano ricevuto in pompa magna non solo dal Papa ma da tutti i capi delle Congregazioni vaticane pieni di ossequiosi inchini e salamelecchi; Radio Vaticana, che di solito non trasmette mai le visite dei Capi di Stato, questa volta segue l’intero evento in diretta con commento iper ossequiso nei confronti dell’italico Presidente.
Dopo la visita guidata di Ciampi ai tesori artistici vaticani e un incontro privato col Papa, i due rilasciano le loro dichiarazioni alla stampa.
Ratzinger esordisce con un discorso il cui senso a grandi linee è questo:
“Ribadisco che il Vaticano è uno stato confessionale, ed io sono orgoglioso della confessionalità del mio Stato; in ogni caso, con la vicina Italia abbiamo rapporti esemplari”.
Ciampi a sua fa un discorso con, pressappoco, questo contenuto
“Non sono qui per negare il carattere confessionale dello Stato Vaticano, anche se la religione dovrebbe confrontarsi coi valori della laicità, perché anche lo Stato confessionale, senza valori laici, non va da nessuna parte. In ogni caso indico al vaticano tre priorità, la riforma degli istituti per seminaristi, affinché si aprano anche a dottrine cattoliche non propriamente ortodosse, come, per esempio, la Teologia della Liberazione; La riforma del celibato dei preti, affinché anche i preti si possano sposare e, infine, la tutela della vita, ma solo dal terzo mese di gravidanza in poi.”
Apriti cielo, succede il finimondo, si rompono i rapporti diplomatici tra Vaticano e Italia, i maggiori giornali sono infuriati per le indebite ingerenze di Ciampi sulla Chiesa, i parroci minacciano l’inizio dell’Apocalisse, la Fallaci e i leghisti sparano a vista sugli extracomunitari, perché ogni pretesto è buono, e Giuliano Ferrara, per il colpo, rimane strozzato dal quarto di bue che sta mangiando per merenda.
Pressappoco sarebbe andata così…
Per fortuna invece non è successo nulla di tutto ciò, anzi… è successo esattamente tutto ciò, ma a parti invertite, e allora tutto ok amigos, continuiamo per questa strada!
Ancor prima di quest’ultima sciagura politica ero filosoficamente contrario all’idea che sia necessario il raggiungimento di un quorum per la validità di un atto politico; oggi non posso che confermare quest’idea senza alcun dubbio e timore di smentita.
La necessità di un quorum di votanti è un controsenso logico, prima ancora che democratico.
Non mi stancherò mai di ripetere che l’astensione non è un atto neutro, ma veicola un significato ben preciso, chi si astiene è come se dicesse: “a me non importa niente di farmi un’idea sulla materia che è oggetto della decisione, quindi sbrigatevela voi”, posizione legittima, ma non v’è motivo che essa debba condizionare in alcun modo una decisione.
Nella teoria democratica ciò che conta è che tutti i cittadini maggiorenni abbiano la possibilità di esprimere il loro parere attraverso il voto, ma è un controsenso logico che chi decide, coscientemente, di rinunciare a questa possibilità pretenda poi di condizionare la decisione attraverso il suo rifiuto.
Sarei favorevole ad una riforma dell’istituto referendario che magari innalzi il numero delle firme per promuoverlo, ma levi quest’assurdità democratica del quorum e limiti, così, l’immenso potere di quella massa vegetale che sono gli Indifferenti (quale che sia la ragione filosofica della loro indifferenza).
Questo permetterebbe tra l’altro che nessuno, destra o sinistra, chierici o laici, sfrutti per i propri fini questo pascolo inerte di persone indifferenti, intente solo alla prosecuzione della specie, appoggiandosi su di essa al fine di far passare per vie non democratiche le proprie decisioni.
Per questo, assieme a Gramsci, io odio gli Indifferenti, che sono il peso morto della storia pronto per essere manipolato da chiunque.
ODIO GLI INDIFFERENTI
di Antonio Gramsci
da: "LA CITTA' FUTURA" scritti 1917-1918, Einaudi, 1974
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
QUESTO BLOG E' MOMENTANEAMENTE CHIUSO PER RESTAURI AL CERVELLO DELLO SCRIVENTE.
FATEMI SBRIGA' ALCUNI INTOPPI POI TORNO...
SOPRATTUTTO FATEMI PRIMA DOTTORARE...
PASSO TROPPO TEMPO DAVENTI AL COMPUTER E NON GLIELA FO A RESTARE DAVANTI ALLO SCHERMO UN MINUTO IN PIU' DEL NECESSARIO
TORNERO'
SALUTI A TUTTI.